//Tracce – Vite prima del virus – La Repubblica

Tracce – Vite prima del virus – La Repubblica

Il medico

“Sto bene”. Non era vero E si toglie la vita

Bernard Gonzalez, di anni 61. Era spaventato a morte sebbene fosse un medico. O forse, proprio perché era un medico. Ha scoperto di essere positivo al Coronavirus, ha deciso che non ce l’avrebbe fatta, ha lasciato due righe per spiegarlo e si è tolto la vita. Di mestiere era il dottore dello Stade Reims, squadra che alla fine degli anni Cinquanta giocò addirittura due finali di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid. Ci giocava il grande Just Fontaine. Il medico sportivo di solito non cura corpi malati ma fa rendere al meglio corpi perfetti, giovani e atletici. Chissà cosa si è frantumato nella sua testa, durante la quarantena in casa, insieme alla moglie anche lei positiva. Due giorni prima di morire aveva parlato con il sindaco. «Stava benissimo, siamo sconvolti». Non era vero.

La mamma

Le lacrime di Guardiola. La madre non ce l’ha fatta

Dolors Sala Carrió, di anni 82. C’è una foto molto bella, recente, in cui Dolors stringe la mano del figlio Pep. Come quando lui era piccolo, solo che adesso quella piccola sembrava lei. La settimana scorsa il figlio era tornato dall’Inghilterra, dove lavora, per essere vicino alla madre colpita dal Covid-19. Il figlio è sensibile ai problemi degli altri, per esempio della comunità catalana (Dolors è morta a Manresa, nei pressi di Barcellona). Il figlio è molto ricco, ed è generoso non solo per questo: aveva appena donato un milione di euro alla comunità medica di Barcellona per l’acquisto di materiale sanitario. Alla sua mamma non servirà più perché è andata via, ed era la mamma di Pep Guardiola.

L’attrice

Elizabeth, madre coraggio nello Squalo di Spielberg

Elizabeth Lee Fierro, di anni 91. Attrice, era la mamma di Alex, un ragazzo sfortunato, nel primo Squalo di Spielberg, una mamma disperata. Alex era stato appena divorato dalla bestia e sua madre, la signora Kintner cioè Elizabeth, andava a prendere a schiaffi il capo della polizia perché lui sapeva che uno squalo enorme aveva già ucciso una ragazza, in quelle stesse acque, ma non aveva dato l’allarme. Una scena culto. Nulla al confronto di quanto sarebbe accaduto una trentina di anni dopo, ma nella realtà, quando Elizabeth entrò in un ristorante sul mare, vide che nel menù c’era un “sandwich Alex Kintner”, chiese il motivo al proprietario del locale e si vide davanti proprio l’attore che aveva interpretato Alex: costui si chiamava Jeffrey Voorhees e fu una “carrambata” notevole. Elizabeth è morta in una casa di riposo nell’Ohio, e aveva recitato anche nello Squalo 4 . Quella parte le restò cucita addosso per sempre, ma lei era molte altre cose. Ben più della pinna affiorante del mostro marino, tra la folla urlante dei bagnanti, Elizabeth amava insegnare teatro ai bambini nel Massachussets.

Il disabile

Franco, quando gli ultimi sono i primi a cadere

Franco A., di anni 58. Aveva la sindrome di Down e da due decenni era ospite all’Anffs di via Battindarno, a Bologna. «Ti vogliamo tanto bene Franco» hanno scritto gli operatori della struttura, per dirgli addio. Raccontano che Franco non si rendeva bene conto di quello che stava accadendo, era smarrito, e allora provavano a stimolarlo con le cose che gli piacevano di più. Il dramma delle persone disabili si inserisce nell’emergenza del virus come un estremo di solitudine e dolore. Ne stanno morendo tanti. Come la cinquantenne di Troina, Enna, anche lei ricoverata in struttura: ci sono un centinaio di pazienti positivi soltanto lì. I più deboli, cioè i più esposti. È molto triste che gli ultimi siano i primi a cadere.

Il musicista

Il batterista Patrick e quella voglia di ballare

Patrick Francfort, di anni 63. Ma il suo vero cognome era Gibson, infatti lui era stato il batterista dei Gibson Brothers insieme ai fratelli Chris e Alex. Francesi della Martinica, alla fine degli anni Settanta avevano inventato la “french disco”, altrimenti detta “eurodisco”, e avevano fatto ballare un sacco di gente. Il loro successo più famoso: Cuba . Patrick è morto a Parigi, circondato dai suoi cinque figli. Ma è sempre vivo in un vecchio filmato dove lui e i suoi fratelli sono vestiti di rosa, arancione e giallo e cantano Que sera mi vida. Meglio non saperlo. Meglio non saperlo mai.

Il sacerdote

Don Corrado e la malattia “Così capiamo chi soffre”

Corrado Forest, di anni 80. “Forse non è un male se anche qualcuno di noi sacerdoti si ammala, così possiamo condividere meglio la sofferenza del prossimo”, aveva scritto don Corrado al suo vescovo. Era anziano, stanco ma non vinto. “Pastori si è sempre, ripeteva”. Lui lo era stato a Vittorio Veneto per una vita. Lo aveva ordinato sacerdote l’allora vescovo, Albino Luciani, che resse la diocesi dal ‘59 al ‘69 prima di diventare patriarca di Venezia e poi, per un sospiro di 33 giorni, Papa Giovanni Paolo I. Ma che duri un istante o decenni, la missione sono gli altri.

Il politico

Jibril, il premier libico dopo la Rivoluzione

Mahmoud Jibril, di anni 67. Per sette mesi, nel 2011 era stato il primo ministro libico ad interim dopo la “Rivoluzione del 17 febbraio” che aveva rovesciato il dittatore Gheddafi. Durante la guerra civile era stato a capo del consiglio nazionale di transizione, poi aveva creato un suo blocco politico ma la legge elettorale gli aveva impedito di candidarsi ancora. Considerato un astuto tecnocrate, aveva mantenuto contatti con le Nazioni Unite.

Il poliziotto

L’emigrante palermitano nella narcotici di Chicago

Marco Di Franco, di anni 50. Ad Altavilla, Palermo, adesso lo piangono come se quel figlio fosse ancora lì, mentre da tanto tempo faceva l’agente al Chicago Police Department. Era stato assegnato al nucleo narcotici, dunque un poliziotto di prima linea. È caduto in tre giorni, e rappresenta tutti gli emigrati che stanno morendo lontano.

L’insegnante

La maestra di sostegno che amava i suoi ragazzi

Patrizia Bernacchioni, di anni 64. Faceva la maestra a Montevarchi, Arezzo: era insegnante di sostegno alla scuola primaria “Leonardo da Vinci”. Sono importanti, gli insegnanti di sostegno, perché si occupano dei bambini più fragili. Patrizia lo faceva con passione, e suo figlio Gianluca gliel’ha scritto nell’ultimo messaggio: «Cercherò di essere per i miei figli quello che tu sei stata per me». Si è ammalata insieme al marito Graziano, le pandemie colpiscono le persone più vicine tra loro, i famigliari, i colleghi di lavoro, gli assistiti. Nell’ospedale Santo Stefano di Prato, dov’è morta, Patrizia era in rianimazione insieme al marito Graziano. Li dividevano pochi metri, e lui ora sta provando a resistere.

Il nonno

L’addio a Sisto, ora rischia tutta la sua famiglia

Sisto Castellucci, di anni 90. Lo avevano operato al femore e poi dimesso. Si è ammalato, ed è morto. Al paese, Casette d’Ete nel Fermano, è stato contagiato anche il figlio Otello: del nonno e del papà si è occupato Thomas, procurandosi in qualche modo un saturimetro grazie a un amico. Otello è stato ricoverato con un polmone in necrosi ed è grave. E Thomas adesso si chiede perché nessun medico sia andato a casa loro, perché non sia stato fatto alcun tampone, perché siano esposti al gravissimo rischio lo stesso Thomas, la nonna, la mamma, la sorella, tre nipoti e uno zio, cioè tutte le persone entrate in contatto con nonno Sisto. Ci sono storie, in questa incredibile emergenza, che assomigliano a una lotteria.

Lo stradino

Rinaldo aveva un sogno un mondo migliore

Rinaldo Ferrari, di anni 65. Lui e Pietro, il suo fratello più grande, sempre insieme. Sotto lo stesso tetto, da bambini fino all’ultimo giorno. Pietro detto Il Barba: a Scandolara Ravara, Cremona, lo conoscevano tutti. Operatore ecologico alla “Cooperativa Gardenia” col pallino della differenziata. Aveva 73 anni e se n’è andato in un momento. Poi è toccato a Rinaldo lo stradino, il più piccolo. Senza Caterina, la loro amata sorella, da tre anni si sentivano un po’ abbandonati. Sono morti all’ospedale di Oglio Po come si muore adesso, soli. Il Barba era introverso, però aveva un’idea chiara: lasciare ai ragazzi un mondo migliore, cominciando dalla spazzatura. Rinaldo invece voleva tenere le strade a posto, ordinate come un cassetto di biancheria. Il mondo migliore.

Il Covid-19 colpisce chiunque, senza distinzioni di ceto né di mestiere. Il tassista, lo pneumologo, la guardia penitenziaria, il coreografo, l’autista e il manager. I nomi e le storie delle vite spezzate del contagio

Il manager

Roberto, una vita nel rally. Fu l’anima del Jolly Club

Roberto Angiolini, di anni 83. Quante sgommate, Roberto, quante derapate in curva. La vertigine e lo spavento, tutta la bellezza di un’auto da rally rossa con il cofano bianco, e il tricolore dipinto sopra. Roberto era il patron del Jolly Club, la più importante scuderia privata italiana. Era passato al volante del Jolly quand’era morto suo padre Mario, nel 1957. Da quel giorno, soltanto corse in avanti e non c’era cronometro che lo fermasse. Roberto ha lanciato campioni come Sainz, Biasion, Auriol, Cerrato. Vincere, ma anche dare una mano. Gli piaceva aiutare i piloti in gamba, quelli che avevano pochi soldi. Le sue Lancia, le sue Alfa, la Delta, la Stratos, la mitica Fulvia, e poi l’idea dei grandi sponsor. Ma al centro lui, dentro quel bel rumore di un motore quando morde.

Il religioso

Eugenio, abate di Casamari gran tifoso del Frosinone

Eugenio Romagnuolo, di anni 74. Ci può essere santità, perché c’è gioia, anche in un pallone che rimbalza. Lo sapeva bene padre Eugenio, abate di Casamari, Frosinone, e tifosissimo del Napoli. La grazia di un bel gol ci avvicina a Dio, eccome: lo sport è così bello che non può che essere stato inventato da lui. Eugenio, nato a Cerignola, fu priore a Valviscolo, poi rettore di seminario, il primo pensiero a Gesù ma senza trascurare Diego. Era diventato molto amico del Frosinone, che proprio nell’abbazia di Casamari aveva stabilito il quartier generale dei ragazzi. L’abate cistercense parlava ai calciatori, gli spiegava il senso di un corpo sano che regala bellezza agli altri. Era un mite. Beati i piccoli.

Il conducente

Quello starnuto sul bus fatale per l’autista Jason

Jason Hargrove, di anni 50. Aveva sbroccato, e aveva anche chiesto scusa. Aveva urlato, insultato, perché aveva paura. Lo spaventavano quelli che non credevano ai veri rischi del contagio e se ne fregavano. Anche il suo presidente? Anche il capo degli Stati Uniti? Forse. Jason guidava gli autobus a Detroit, quei bestioni che vediamo nei film americani.Saliva un sacco di gente, lì sopra. Finché non arrivò la donna che gli sternutì in faccia. E per Jason in quel momento finì il mondo, come nel terribile racconto di Cechov. Mise un post su Facebook, gli scapparono parole molto pesanti, poi dovette fare un po’ retromarcia anche per non perdere il posto. Ma una, tra quelle frasi, è rimasta. La pronuncia un uomo terrorizzato che dice: «Ehi, dovete prendere sul serio questa cosa! Ci sono persone che muoiono!». Il solito esagerato, come no. Ma quattro giorni dopo, soltanto quattro, Jason si è ammalato, poi gli hanno fatto il tampone, quindi ha scoperto di essere positivo al Covid-19 e una settimana dopo è morto. Senza urlare, ma il terrore gli sarà rimasto. Aveva ragione lui.

Gli agenti carcerari

Patrick e Peter caduti uno dopo l’altro

Patrick Beckford, di anni 60. Pochi giorni fa era morto il suo collega Peter Bovil. Tutti e due lavorano nel penitenziario londinese di Pentonville, nella zona nord della metropoli. Nessuno dei due aveva malattie pregresse. Patrick e Peter facevano parte del personale di supporto ed erano considerati agenti molto esperti e affidabili. Nelle carceri britanniche vi sono oggi 90 prigionieri positivi e 1200 in isolamento individuale. Tra il personale, i positivi sono attualmente una ventina e 7900 in isolamento. Il sindacato degli agenti e i garanti dei carcerati temono conseguenze ancor più drammatiche. Patrick e Peter sono stati ricordati nei penitenziari con un minuto di silenzio.

Il tassista

Tutti i colleghi in lutto per Stefano “Il Croma”

Stefano Martini, di anni 64. I colleghi tassisti del “4390” lo chiamavano Il Croma , per via della grande passione per le motociclette. I motori erano il suo mestiere, però quelli delle automobili che portano in giro la gente. Stefano lo faceva a Firenze, dal 1993. Città mica facile per un tassista, tutta gomiti di strada e persone a spasso; cioè, nella vita di prima intendiamo. I colleghi dicono anche: un altro morto sul lavoro. Perché chi li protegge, i tassisti? Prima di Stefano se ne sono andati altri, senza scelta: dovevano lavorare, ma non così. Ora c’è un nastro nero in cima all’antenna.

L’ingegnere

Sergio, la figlia Elena e quel saluto sul cellulare

Sergio Bonfiglioli, di anni 81. Ingegnere in pensione, viveva da solo a San Giovanni in Marignano, nel Riminese. Lo avevano ricoverato a Riccione, ma i suoi famigliari non riuscivano a raggiungerlo. Dopo averlo rintracciato, siccome non potevano andare a trovarlo sono riusciti a parlare ancora una volta con lui grazie all’aiuto dei Carabinieri, del personale dell’ospedale e del giovane gestore di un negozio di telefonini. Costui ha preso un cellulare e l’ha portato a Sergio, in modo che potesse dire addio alla sua figlia Elena. Il ragazzo del negozio si chiama Angelo.

Il coreografo

L’ultima piroetta di Wilhelm maestro e artista della danza

Wilhelm Burmann, di anni 80. Ballerino e coreografo statunitense, nato in Germania e morto a Manhattan. Era considerato uno dei più importanti maestri contemporanei della danza: tra i suoi allievi più noti Alessandra Ferri, Julio Bocca, Wendy Whelan e David Hallberg. Aveva un carattere di ferro ma sapeva trasformare anche le debolezze in eccellenza. Ed era un uomo ironico. «Il mio primo maestro? Un ometto italiano, grassottello».

Il medico

L’illustre pneumologo che ha formato generazioni

John F. Murray, di anni 92. Americano, tra i più illustri pneumologi al mondo. Lo chiamavano “Dio polmone” e conosceva la terapia intensiva meglio di chiunque. Sui suoi libri si sono formate generazioni di medici, anche in Italia. La moglie Diane Johnson, attualmente positiva al virus, è una nota scrittrice e firmò la sceneggiatura di Shining di Kubrik.

Il pensionato

Solo e dimenticato in casa Era morto da un mese

Renato Pusceddu, di anni 80. Si può morire di Coronavirus anche senza esserne direttamente colpiti. Renato viveva da solo a Treviso dove, come tutti, non era più uscito di casa. I vicini in viale Nazioni ci hanno messo un paio di settimane a chiedersi se quell’uomo stesse bene, e se avesse bisogno di aiuto. Così hanno chiamato i pompieri, i quali hanno scoperto che Renato era morto. Per il medico legale, da un mese. Le condizioni del corpo non hanno permesso di stabilire se la causa sia stata il Covid-19, ma il terribile contesto di isolamento e solitudine è stato certamente aggravato dalla pandemia. Il distanziamento sociale è indispensabile per vivere. Quello umano, può uccidere.

L’architetto

McKinnel, noto designer fece il municipio di Boston

Noel Michael McKinnel, di anni 84. Era un grande architetto americano (naturalizzato, perché era inglese di Manchester), esponente del Nuovo Brutalismo. Cioè: cemento e calcestruzzo negli edifici pubblici. Insieme al suo maestro Gerhard Kallmann ne disegnarono parecchi, il più famoso il nuovo Municipio di Boston, ma anche tribunali, biblioteche, ambasciate, università: Yale, Princeton. Il professor Noel aveva insegnato ad Harvard per venticinque anni, dopo avere cominciato la carriera con il balzo dall’Inghilterra alla Columbia grazie a una borsa di studio. Per avere un’idea del Nuovo Brutalismo? Pensate alla Torre Velasca di Milano, moltiplicata per dieci.

Il farmacista

Il gentiluomo Ottavio e l’ultimo bacio su Skype

Ottavio Pettenati, di anni 84. A Cremona lo chiamavano “il farmacista gentiluomo”: dietro il banco a porta Venezia ci ha passato la vita, era la farmacia di suo papà Francesco. Poi quella vita ha cominciato a scivolargli via. Lo hanno ricoverato all’ospedale di Crema, dove la figlia Francesca e il nipote Jacopo non potevano andare, e neppure la moglie che si è ammalata come lui. Una chiamata su Skype, un saluto veloce e poi più niente. Ma in quel niente c’è l’amore di un medico che ha scritto a Francesca e le ha raccontato di come il suo papà se ne fosse andato. «Era un brav’uomo, sempre gentile, quando lo abbiamo portato all’hospice mi sono sentito morire dentro un po’ anch’io. L’ho abbracciato per voi. Non ha sofferto. Gli abbiamo dato tutto l’ossigeno del mondo».

Il commerciante, il barista, il trasportatore, il parroco, il vigile: il dolore delle comunità che hanno perso i loro riferimenti di quartiere. Ricordi delle vite che non ci sono più

Il letterato

Marcel, lo scrittore che correggeva gli errori

Marcel Moreau, di anni 86. Scriveva libri, ma più che altro correggeva errori. Belga, è morto nell’ospedale di Bobigny, alle porte di Parigi. Amava definirsi “narratore immondo”, ma anche “gran sabotatore”. Un irregolare delle lettere, che per contrappasso e per mestiere si occupava dell’esattezza della parola: infatti Marcel era correttore di bozze. Lavoro duro, oscuro, prezioso e quasi perduto sull’altare dei risparmi editoriali, e gli effetti si vedono a inchiostro nudo. Marcel aveva corretto articoli de Le Peuple e Le Soir, senza per questo rinunciare a testi propri, vergati in uno stile lirico e parossistico di cui non era mai soddisfatto. Era stato amico di Camus e Mauriac, e lodato da Simone de Beauvoir. In parole povere, era un uomo di parole ricco.

Il commerciante

Prima la moglie, ora lui La coppia lascia una figlia

Vincenzo Esposito, di anni 57. Prima è morta la moglie, Anna Gentile, che di anni ne aveva 55, e poi è toccato a lui. Se ne sono andati all’ospedale Loreto Mare di Napoli. Erano ancora giovani e non avevano nessuna malattia. Anna gestiva un negozio di detersivi e casalinghi, Vincenzo di quella stessa merce era grossista. A piangerli è rimasta la figlia Arianna, 27 anni, un bambino e un compagno. «A me hanno fatto il tampone, al mio compagno e al bambino no. Ci è stato detto che lo faranno, forse, solo se stiamo male. Ma questa si può chiamare prevenzione? Ho perso per il Coronavirus i miei genitori, qui in casa c’è un bambino, adesso abbiamo paura e ci sentiamo soli».

La religiosa

Addio a Suor Germana editor del cardinal Martini

Germana Iannaccone, di anni 87. Suora, tre lauree, era la più stretta collaboratrice del cardinale Martini. Lo conobbe negli anni Sessanta, quando lei era priora del Carmelo di Verona e lo fece scegliere per un ciclo di meditazioni. Da allora hanno sempre lavorato insieme: lei registrava i discorsi del cardinale, in particolare gli esercizi spirituali, poi li sbobinava e infine ordinava e ripuliva i testi che sarebbero diventati i celebri libri di Carlo Maria Martini, ad esempio il best seller Il sole dentro (Piemme): si potrebbe dire che suor Germana fosse la sua editor. Quando Martini si trasferì a Gerusalemme lo seguì anche suor Germana. Efficientissima, di poche e misurate parole, fu tra le prime persone ad accorgersi che il cardinale non stava bene: i segni iniziali del Parkinson, morbo che forse gli precluse la possibilità di diventare Papa. Poco tempo dopo, come per un segno del destino, suor Germana fu colpita dall’Alzheimer. Rientrarono entrambi a Milano, lei peggiorò, venne ricoverata in casa di cura e il cardinale, finché fu possibile, andava a trovarla ogni giovedì mattina. Portandole, forse, un po’ di sole dentro.

Il parroco

Se ne va don Franzini L’ultimo sms: “L’è dura”

Alberto Franzini, di anni 73. Era il parroco e il canonico della Cattedrale di Cremona, ed era già gravemente ammalato: qualche mese fa gli avevano scoperto un tumore al pancreas e ai polmoni. Il Covid-19 ha approfittato della sua debolezza. Originario di Bozzolo, aveva trascorso molti anni del suo ministero a Casalmaggiore ed era molto stimato dal vescovo di Cremona, Antonio Napolioni, a sua volta contagiato e ricoverato prima di Alberto. I due, il superiore e il parroco, erano amici, prendevano il caffé insieme una volta la settimana in vescovado e durante la malattia parallela si erano incoraggiati a vicenda. L’ultimo messaggio di Alberto al suo vescovo: “L’è dura e lunga, grazie”.

Il farmacista

Il paese, il suo farmacista e il dolore di una comunità

Patrizio Forti Paolini, di anni 79. Era il farmacista di Santa Vittoria in Matenano, provincia di Fermo, ed era stato il figlio del medico condotto di Montelparo. Nomi di paesi conosciuti solo a chi vive da quelle parti, forse, eppure geografie di profondità: quel tessuto umano formato da chi, nelle piccole comunità, si occupa della salute degli altri. Farmacisti e medici sono, con gli infermieri, gli avamposti di questo combattimento ad armi impari. Quando si ammala il dottore, quando ricoverano l’infermiere, quando muore il farmacista è una ferita incancellabile per tutti.

Il cartografo

Tim che con le sue mappe fece amare l’Irlanda

Tim Robinson, di anni 85. Scrittore e cartografo, era nato in Inghilterra ma è diventato celebre facendo conoscere e amare “la verde Irlanda”. In particolare studiò le scogliere selvagge e le coste del Connemara, emblematico angolo di terra descritto da mappe e narrazioni dettagliatissime. Con la moglie Mairéad visse per lunghi anni nel villaggio costiero di Roundstone, dove scrisse il suo libro più celebre: Ascoltare il vento. Poi s’è ammalato di Parkinson, si è trasferito a Londra e due settimane fa ha perso Mairéad. Senza di lei, non c’era più nessun vento da ascoltare.

L’agente

Giuseppe, vigile a Napoli era a Bergamo per operarsi

Giuseppe Esposito, di anni 65. Lavorava da più di trent’anni nella Polizia locale di Napoli, dove da ventidue faceva parte dell’Uora, cioè l’Unità operativa rimozione automobili: senza offesa per il traffico napoletano, non proprio una passeggiata. Giuseppe è stato sfortunatissimo, perché ha contratto il virus all’ospedale di Bergamo dove si era sottoposto a un lieve intervento al ginocchio. Proprio a Bergamo, e proprio adesso. La sua Samarcanda.

L’anziano

Ferruccio, 97 anni morto solo nell’ospizio

Ferruccio Bontempo, di anni 97. Vecchissimo, molto malato, all’ospizio. E con questo? Forse la vita vale meno, così? Era ricoverato nella casa di riposo di Castions di Strada, Udine, ed è la terza vittima in quella struttura. Stiamo perdendo i nostri vecchi come foglie secche, come fiori fragili. Vanno e rimangono. Pensare a Ferruccio, allora, è come pensarli tutti.

Il barista

Torino ricorda Giovanni “Grazie per i tuoi gelati”

Giovanni Ruberto, di anni 75. Qualche giorno fa se n’era andata la sua Maria: insieme, da più di quarant’anni vendevano gelati. Li facevano loro con la più dolce tra le forme di artigianato, nel quartiere torinese di Santa Rita, anche se erano originari della provincia di Salerno. Il figlio Claudio Nicola non sapeva neanche che Giovanni fosse positivo al Covid-19, nessuno gliel’aveva comunicato, neppure dopo la morte della mamma. I due sono morti separati in ospedali diversi, necessariamente soli come tanti, adesso. Sulla saracinesca abbassata del Bar Ruberto, qualcuno ha lasciato fiori, disegni, pupazzetti, messaggi. Uno di questi dice: “Grazie per tutti i gelati al cioccolato a tarda sera”.

Il giornalista

Raffaele, a Radio Popolare i suoi reportage dall’Africa

Raffaele Masto, di anni 67. In pochi conoscevano l’Africa quanto lui, che la raccontava tenendosi lontano dalla retorica, senza mai nulla di manicheo nella scelta degli argomenti. Giornalista a Radio Popolare, inviato in Medio Oriente, America Latina e soprattutto Africa, è stato autore di documentari e reportage sulla povertà e l’ingiustizia, ma tutto incrociato sempre a dati di realtà economica. Il suo libro più celebre si intitola Buongiorno Africa (Bruno Mondadori), come il blog che per tanto tempo ci ha mostrato, di quel mondo, inquadrature diverse. È morto a Bergamo per il virus che l’ha attaccato dopo un trapianto di cuore. L’aveva malato, Raffaele, eppure grandissimo.

Il trasportatore

Walter, l’ex rugbista portava il cibo nei market

Walter Rolando Rodriguez, di anni 44. Faceva il trasportatore, lui che era una specie di uomo-camion. Un gigante, fino a qualche anno fa la bandiera del Pordenone Livenza Rugby. Era di origine argentina e viveva a Polcenigo, in provincia di Pordenone, con la moglie e una bambina. Il suo ruolo in campo era quello del “pilone” e rende l’idea del personaggio. Uomini così reggono un mondo. Uomini che in questi mesi di spavento e immobilità non stanno fermi, non possono, il loro compito è portare il cibo nei supermercati, se riusciamo a fare la spesa lo dobbiamo ai camionisti, ai loro giorni sulle strade deserte, caricare e scaricare roba, meglio se in sicurezza, altrimenti pazienza. Walter Rolando trasportava carne, poi è morto. Diciamogli grazie.

Lo studioso appassionato, il mobiliere pieno di amici, il musicista, il massaggiatore ciclista e il fondatore di una tv locale. Le storie, i volti e gli amori delle vittime dell’epidemia

L’ex calciatore

La squalifica revocata grazie all’Italia campione

Giampiero Grevi, di anni 84. La sua pelle era la maglia della Reggiana, che indossò 289 volte in un decennio. Per la Reggiana fu squalificato a vita dopo una testata in faccia a un arbitro, ma venne amnistiato dopo la vittoria dell’Italia agli Europei di calcio nel 1968. Era un forte centrocampista e si fece apprezzare anche nel Palermo. È morto nella clinica Villa Verde di Reggio dov’era ricoverato da Natale per un’infezione, prima di contrarre il Covid-19. Fu anche osservatore per la Reggiana dove nel 1977 portò, come giocatore, Gian Piero Gasperini, l’attuale tecnico dell’Atalanta. Ha molto combattuto e molto sofferto: la vita gli ha tolto una figlia, Gloria, che aveva solo 24 anni, e due giovani mogli, Armanda e Patrizia. Un atleta lo sa cosa significa perdere.

Il massaggiatore

Il segreto di conoscere il corpo di un atleta

Elio Di Maria, di anni 95. Il mestiere di massaggiatore gliel’aveva insegnato Biagio Cavanna, l’orbo di Novi, che prima lo prese a correre con i suoi ragazzi della Siof, a Pozzolo Formigaro, e poi gli mostrò il segreto di conoscere il corpo di un atleta con le mani, e dopo il corpo l’anima. Elio correva in bici da dilettante e correva forte. Nella Siof c’erano pure Ettore Milano e Sandrino Carrea, i gregari del suo amico Fausto. Da ragazzo anche Elio era stato gregario di Coppi, ma poi non passò mai professionista perché era troppo basso. Così diventò masseur , e fino a 85 anni era ancora in panchina: «Sono sempre capace di scattare in campo!» Ogni tanto ripensava a Fausto, al segreto di quell’anima inquieta.

Il docente

La biblioteca della città era la sua seconda casa

Ugo Rozzo, di anni 80. Il prezioso silenzio delle biblioteche non aveva misteri per lui. Ugo le aveva studiate per tutta la vita, diventando uno dei più importanti storici del libro italiani. Aveva diretto per oltre vent’anni la biblioteca civica di Tortona, dal 1963 al 1986, e nel frattempo era diventato professore associato di Storia delle biblioteche, che meravigliosa materia, all’Università di Udine, e poi di Storia del libro. Si era occupato del racconto delle biblioteche italiane dal Quattrocento al Settecento ed era essenzialmente un divulgatore. Ugo organizzava anche mostre, alcune indimenticabili: la vicenda urbana di Tortona, i burattini di Sarina, il Lavello, la Resistenza, Fausto Coppi, i tipografi tortonesi. Ecco, la tipografia: cioè l’antica officina dei libri, la grande placenta che li nutre, la mamma che poi li manda liberi nel mondo finché non trovano una casa e quella casa si chiama biblioteca. La biblioteca di Alessandria o quella del venerabile Jorge, quella del nostro quartiere o della scuola. Tutte uguali e preziose. La nostra cura, il moltiplicatore delle nostre vite.

Il professore

Il grande orgoglio di costruire una scuola

Giuseppe Merigo, di anni 79. Aveva insegnato per decenni alle scuole medie, professore di italiano ( andato in pensione, lo spiegava agli stranieri), poi era diventato sindaco di Poncarale, provincia di Brescia. Infine si è trovato come tanti in trincea e si è scoperto fragile di fronte all’invincibile agguato. Poncarale, 190 anime, è uno di quei puntini sulla carta geografica che se li unisci viene fuori l’Italia. Giuseppe lo amava, quel puntino prezioso, e come sindaco gli stavano a cuore gli edifici che servono alla comunità. Si era occupato della biblioteca e del cimitero, però il suo più grande orgoglio era la costruzione della scuola materna. Un professore che costruisce una scuola: cos’altro può esserci, di più?

Il podista

Quel gigante buono che non stava mai fermo

Rocco Biscione, di anni 65. Gli amici raccontano che non stava mai fermo. Barese, era podista ma amava anche andare in canoa e in bicicletta. Soprannome forse inevitabile: il Gigante Buono. Anche lui, come non poche vittime di questa ecatombe, era il ritratto della salute. Mai un acciacco, non certo un corpo indebolito da qualche malanno precedente acquattato dentro di lui, un “compagno segreto” inesistente. Il podista è quasi sempre una persona sana, socievole, non certo un untore. Ma quelli come Rocco sono stati visti anche così, in queste settimane spaventate e feroci.

L’imprenditore

L’impegno politico e la televisione a Roma

Gaetano Rebecchini, di anni 95. Ingegnere, imprenditore e politico, figlio di Salvatore Rebecchini che fu sindaco democristiano di Roma dopo la guerra, dal 1947 al 1965. Anche Gaetano si appassionò presto alla politica, cattolico come il padre ma più a destra: nel 1994 è stato tra i fondatori di Alleanza Nazionale insieme a Domenico Fisichella e Gustavo Selva. Lo chiamavano Gaetanone ed era il patriarca di una famiglia di costruttori. Negli anni Settanta aprì insieme al fratello Filippo una delle prime emittenti televisive della capitale, Tele Roma Europa.

Il cardiologo

Ascoltava gli studenti e amava andare a funghi

Giovanni Delnevo, di anni 72. Era cardiologo a Borgotaro, sull’Appennino parmense, dove dirigeva l’unità operativa all’ospedale Santa Maria. I suoi allievi dei corsi universitari di cardiologia e gli studenti delle scuole in cui teneva corsi di prevenzione cardiaca, lo ricordano come una persona molto gentile che sapeva ascoltare. Giovanni amava i funghi come ogni cittadino di Borgotaro, il paese di Eugenio Bersellini , l’allenatore.

Il medico

Il neurologo attivo sui social

Riccardo Zucco, di anni 67. Era un noto neurologo, responsabile del centro cefalee dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, dov’era ricoverato e dove ieri è morto. Specialista di patologie neurologiche complesse, Riccardo era anche attivo sui social dove, tra le altre cose, raccomandava l’importanza delle vaccinazioni.

Il mobiliere

Erano quattro amici al bar ora c’è il tavolo vuoto

Amelio Cartei, di anni 78. Prima se n’è andato Baldino: era il 13 marzo. Poi Riccardo due giorni dopo, quindi Mario e infine Amelio. Così il tavolo delle carte è rimasto vuoto. Quattro amici al bar, che giocavano tutti i pomeriggi alla “Tranquillona” della frazione Ferruccia, nel Pistoiese, tra Quarrata e Agliana. Nel mezzo, tra i borghi, solo lo scorrere dell’Ombrone. La “Tranquillona” sta tra la parrocchia e la bocciofila. Adesso gli altri avventori e la barista si guardano, e non sanno cosa dire. Baldino aveva 70 anni e faceva il tessitore, proprio come il suo coetaneo e grande amico Riccardo. Il più anziano tra loro era Mario, 84 anni. Amelio, lui era il mobiliere di Quarrata. Un mondo piccolo, enorme.

Il maestro del fumetto

L’artista del pop tra saghe e fantascienza

Juan Gimenez, di anni 76. Era un maestro riconosciuto del fumetto, uno dei più bravi al mondo. Argentino, è morto a Mendoza ma era stato contagiato in Spagna, a Sitges, dove viveva da tempo. Autore di saghe fantasy e di fantascienza, non saranno dimenticati i suoi disegni per La casta dei Meta-Baroni, monumentale opera in nove volumi scritta con Alejandro Jodorowsky. Juan era un artista pop: la sua serie di guerra Asso di picche venne pubblicata per anni anche in Italia, da Lanciostory. Una ventina di anni fa il Centre Pompidou di Parigi gli dedicò una grande mostra, consacrazione di un’arte che si era ispirata anche alle atmosfere di Hugo Pratt: un corto Maltese precipitato nel futuro.

Il jazzista

Goloso di lasagne con il sorriso da bambino

John Paul “Bucky” Pizzarelli, di anni 94. Sotto le stelle del jazz se ne stanno andando in tanti. Al Covid-19 piace troppo il jazz: in una settimana si è preso Wallace Roney, Ellis Marsalis e adesso Bucky, che era un chitarrista leggendario. Suonò con Benny Goodman e Perry Como, rimase in tour per mesi nel 1968 con Frank Sinatra, insegnò alcune magie del suono a Paul McCartney. I presidenti lo chiamavano a esibirsi alla Casa Bianca, per esempio Reagan e Clinton, e lui ci andava. È morto a Saddle River nel New Jersey, circondato dai suoi cari che sono quasi un’orchestra: i figli John jr e Martin sono un chitarrista di fama e un bassista pregevole. Bucky aveva il cuore e il sorriso di un bambino, la passione della pittura e uno smisurato amore per le lasagne al forno.

Il tassista eroe, il sindaco brianzolo e il portiere storico dell’Atalanta, il prete di periferia, la maestra della IIA di Segrate e la centenaria. Le storie e i volti delle vittime del contagio oltre le fredde statistiche

Il calciatore

L’Atalanta piange Cometti portiere fedele alla maglia

Zaccaria Cometti, di anni 83. Quell’altro, l’uomo della figurina introvabile, il mitico Pizzaballa, gli aveva portato via la finale di Coppa Italia del 1963 contro il Toro: nel giorno del trionfo dell’Atalanta, Zaccaria stava in panchina. Ma che importa, la vita è un album di figurine mancanti. Quello che conta è essere pronti: in presa, in uscita e respingere sempre, respingere il brutto. Zaccaria ebbe una sola sposa sportiva, l’Atalanta, dal 1957 al 1970, l’Atalanta di Bergamo ora ferita. Giocò, e un poco guardò giocare l’altro, l’introvabile: solo lui se lo trovava sempre, ma tra i piedi. È morto a Romano di Lombardia, e prima di invecchiare aveva fatto l’allenatore dei ragazzini. Zaccaria era un portiere senza fronzoli, senza voli inutili. Ora la sua figurina non si stacca più.

Il professore

Il sociologo che conosceva ogni isolato di New York

William Helmreich, di anni 74. La cosa che più amava il professore era passeggiare. Passeggiare e parlare con le persone. Lo fece per quattro anni interi, nei quali percorse oltre 6 mila miglia nei 120 mila isolati dei cinque distretti di New York. William era un grande sociologo e lavorava così. Alla fine di quelle camminate scrisse la città e ciò che conteneva, le vite umane specialmente. L’oggetto dei suoi studi erano i flussi migratori, le relazioni interetniche e i comportamenti sociali a rischio: una beffa, quest’ultima, pensando all’epidemia. Ci si contagia vivendo, diceva William. Quando sbucava dalla metro, prima di cominciare la camminata comprava sempre un sacchetto di mentine.

La centenaria

Hilda, scampò alla Spagnola se ne va all’alba dei 109 anni

Hilda Churchill, di anni 108. Ricordava, della sua infanzia, una piccola bara bianca: quella della sorellina uccisa dalla Spagnola nel 1918. «La vidi dalla finestra andare via sul carro». Solo lei e la madre si salvarono dall’epidemia, tutta la famiglia venne sterminata. Hilda superò anche due guerre mondiali, e fino all’anno scorso abitava da sola. «Vivere così a lungo non è un merito», diceva. «Anzi, li vedi morire tutti e alla fine resti solo tu». Mai bevuto alcol, mai fumato, mai mangiato troppo. Per il resto un marito poi scomparso, quattro figli, molti nipoti e bisnipoti. Una vita infinita, tutta trascorsa a Selford, nei pressi di Manchester. Se n’è andata pochi giorni prima di compiere 109 anni, ed è la più anziana vittima del coronavirus della Gran Bretagna, e quasi certamente d’Europa. Al suo nipote prediletto, Anthony, raccontava i giorni della Spagnola che ricordava benissimo: ricordare, che tormento. E a nessuno ha mai rivelato la ricetta segreta delle sue memorabili focaccine con la salsa. Nel cassetto conservava gelosamente una fotografia della regina Elisabetta. Rispetto a lei, scherzava, una ragazzina.

Il neonato

Morto nel Connecticut un bimbo di sei settimane

Un bimbo, di settimane 6. Era nato ad Hartford, nel Connecticut, e la scorsa settimana era stato ricoverato per gravi problemi respiratori. La sua morte per Covid-19 è stata confermata dal governatore Ned Lamont in una commossa conferenza stampa, senza comunicare il nome del piccolo. Si tratta con ogni probabilità della più giovane vittima in assoluto. Quattro giorni fa sempre negli Stati Uniti, in Illinois, era morto un altro bambino ma un poco più grande: aveva un anno e mezzo. In Cina, dove la pandemia si è sviluppata, sono risultati contagiati poco più di duemila bambini, il 5 per cento con sintomi gravi. Sconosciuto il numero dei morti. Di loro non resterà neppure il nome.

L’ottico

Gian Luca e quegli occhiali donati ai ragazzi in Africa

Gian Luca Giulietti, di anni 53. Faceva l’ottico a Bologna nella zona del Quadrilatero, dov’era molto conosciuto. Prima aveva aperto un negozio a Crevalcore, dove abita la sua mamma. Anche lì aveva saputo farsi stimare per la serietà e lo scrupolo. Era una persona sana, sportiva e ancora giovane, eppure il virus se l’è preso in fretta. Gian Luca pensava anche agli altri: faceva parte dell’Amoa, l’Associazione dei medici oculisti per l’Africa, ed erano stati tanti i suoi viaggi per aiutare chi aveva bisogno. E poi la luce, luce che trasforma/il mondo in un giocattolo/faremo gli occhiali così.

L’amministratore

Primo sindaco leghista in quella Monza del ’92

Aldo Moltifiori, di anni 78. Nel 1992 è stato il primo sindaco leghista di Monza dopo la tempesta di Tangentopoli, che anche in Brianza cancellò l’asse Dc-Psi. Un “borgomastro verde” della prima ora, paladino dell’autonomia lombarda. Aveva un carattere non facile, un impulsivo di vecchio stampo ma sincero. A un certo punto venne destituito con provvedimento prefettizio per abuso di atti d’ufficio: aveva fatto multare un’auto civetta dei Carabinieri che transitava nell’isola pedonale, ma per ragioni di servizio. Sbagliò, pagò.

Il sacerdote

Don Silvio, prete di strada e la missione nelle borgate

Silvio Buttitta, di anni 83. Era stato un prete di strada a Palermo, compagno di seminario di don Pino Puglisi che la mafia ammazzò il 15 settembre 1993. Anche don Silvio era dalla parte degli ultimi. La sua attività pastorale si svolse tutta nella borgata di Sant’Agata La Pedata, in via del Vespro: era quella la sua terra missionaria. Nel 2014, ancora parroco, aveva festeggiato i cinquant’anni di sacerdozio, poi era andato in pensione e si era ritirato in una casa di riposo.

Il presidente

Prima la figlia, adesso lui il dolore di una famiglia

Giancarlo Leonardi, di anni 74. Era il presidente della Blu Volley Pesaro, pallavolo femminile. Appartiene a una di quelle famiglie decimate dalla malattia: prima di lui, qualche giorno fa se n’era andata anche sua figlia Federica che aveva 42 anni. Sarebbe bello poter abbracciare fortissimo la moglie Rosanna e le altre ragazze Erika e Catia, madre e sorelle di tutti.

L’allenatore

Fulvio, il grande maestro che insegnava lo sport

Fulvio Rigallo, di anni 82. Fino all’ultimo giorno di palestre aperte, il maestro Fulvio era lì. Del resto era rimasto lì dentro tutta la vita, nessuno più di lui conosceva il rumore delle scarpette sul linoleum e del pallone contro le vetrate. Insegnare lo sport è una grazia che spetta a pochi, insegnarlo davvero, non vendere lezioni. Fulvio lo ha fatto con i giovani ciclisti, con i calciatori, con tutti quelli che volevano migliorarsi. A Torino lo conoscevano in tanti, e a tanti mancherà. Dicono sapesse coinvolgere allo stesso modo, in un esercizio. il ragazzino di quindici anni e il nonno che provava a invecchiare meglio, togliendosi un po’ di ruggine dalle giunture. Mai stanco. Il suo sport erano gli altri.

La maestra

Letizia e quel sorriso per i suoi piccoli alunni

Letizia Rovetta, di anni 59. Lei era la maestra della seconda A. Tutto il mondo è cambiato, ma le maestre restano le maestre, così come i bambini restano i bambini. Letizia insegnava alla scuola elementare “Enrico Fermi” di Segrate dove, dicono, aveva preso per mano tutti: i piccoli, ma anche i loro genitori. Sapeva coinvolgere e insegnare. Dopo la mamma, a quell’età, c’è la maestra a darti la direzione. Ora in tanti la ricordano e la piangono in rete, lei che pure sorrideva sempre. Anche il sindaco Paolo Micheli si è rivolto alle famiglie e ai bambini: «La maestra ci mancherà tanto ma voi scriveteci, fatevi aiutare». Letizia accudiva il padre novantenne a Bergamo. Lui è morto, e lei l’ha seguito. Le maestre tengono la mano.

Il tassista

L’eroe che sul “Lima57” trasportava malati

Giuseppe Allegri, di anni 63. Beppe il tassista sostava per lo più a Famagosta, vicino all’ospedale San Paolo di Milano, dov’è morto. Portava avanti e indietro pazienti, parenti, infermieri e dottori. «Il rischio c’è», diceva. Ma ognuno ha un dovere e un destino. Quello di Beppe, ma dobbiamo chiamarlo “Lima57”, il nome del suo taxi, era trasportare la gente: i loro corpi, i loro pensieri, la loro fretta, la loro malinconia. Forse, i loro virus. Così succedeva tra le persone nella vita di prima. I sindacati chiedevano più protezioni, invano. Beppe preferiva fare il turno di notte, è vero che si possono incontrare dei balordi però è bella la città buia e silenziosa, sembra tutta tua, come appena disegnata da qualcuno che forse neanche esiste.

Il soldato che partecipò al D-Day, il cassiere del supermercato, la missionaria che superò le stagioni dell’Ebola e il soccorritore alpino. Storie di vite interrotte dall’epidemia e vissute sempre in prima linea

Il patron

Ivo, il super presidente della Sangiovannese

Ivo Giorgi, di anni 95. Presidentissimo: non eri Boniperti o Berlusconi, non eri Moratti e neanche Santiago Bernabeu, ma per la Sangiovannese eri di più. Una squadra di calcio è l’anima del paese, in questo caso San Giovanni Valdarno, Arezzo, e Ivo era l’anima di quell’anima. Fu il presidente per molti e lunghi anni, dal 1969 al 1983, in pratica un pontificato. In quasi tre lustri arrivò anche il miglior risultato della storia, il quarto posto in serie C nell’ormai remota stagione 1974/75. Ivo, quasi centenario, adesso era alla casa di riposo “Fabbri Bicoli” di Bucine, dove ancora andava a trovarlo qualche suo vecchio ragazzo. Tutti gli ricordavano quando, al calciomercato, Ivo prenotava le stanze all’Hotel Gallia come il Milan e la Juve. Gli anni bellissimi.

La suora

Adele, le origini umili e le missioni in Angola

Adele Pozzi, di anni 81. Era una suora comboniana. È morta all’ospedale di Tradate, Varese. Nel 1968 aveva cominciato la sua opera missionaria, prima in Brasile, poi a Sao Tomè e infine in Angola. Aveva superato indenne le stagioni e i luoghi dell’Ebola e dell’Aids, tenendo sempre a mente il motto di San Bernardo: “Tutto è grazia, tutto è dono del suo infinito amore”. Parlando della vocazione religiosa, ringraziava di essere nata in una famiglia umile e in un paese povero, dove però si dava sostanza alle cose. Il missionario dev’essere coraggioso e affidarsi. Suor Adele a un certo punto tornò in Italia, e non fu facile. Scrisse: «Il Signore mi ha fatto toccare con mano che Gesù non è amato perché non è conosciuto».

L’addetto alle vendite

Giorgio, in prima linea alla cassa del supermercato

Giorgio Tognazzi, di anni 58. “Ciao ragazzi, buona giornata, un bacio”. Tutte le mattine Giorgio salutava i colleghi del supermercato con un messaggio sul cellulare, era il filo teso, un soffio di vita che resiste. Abbracciarsi senza abbracci. Giorgio stava alla cassa del Simply di Leno, provincia di Brescia. Anche quella è prima linea. Le persone col carrello, ognuno il sospetto di ognuno, ognuno un possibile pericolo. Stare lontani, ma come si fa quando la gente ti passa davanti, allunga la mano, riempie e svuota borse, parla, saluta, tocca, respira? Qualche giorno fa se n’era andata un’altra cassiera, a Brescia città, lei aveva 48 anni. Giorgio lascia le sorelle Ivana e Daniela, e gli amici dai quali non voleva separarsi mai: scrivere che si è vivi, e salutare alla svelta, e magari mettere nel telefono un cuore o il disegno di un fiore o una fotografia è come esserlo davvero, ancora un po’ almeno. Pensiamoci, quando facciamo le compere. Pensiamo a loro, non solo a noi. Il trillo della cassa, il nastro che scorre, ecco, ho scordato il parmigiano. Passa la vita degli altri lì sopra. Chissà le persone se si accorgeranno che Giorgio non viene più.

Il precario

Sher, giovane operaio ma rider per arrotondare

Sher Khan, di anni 32. Viveva a Torino e faceva il rider per Glovo, per arrotondare la paga di operaio e far arrivare al più presto in Italia dal Pakistan, la sua terra, la moglie e la figlioletta. Ce l’aveva quasi fatta. Pare avesse già qualche problema di salute, ma i rider vengono assunti senza obbligo di visite mediche, direttamente da una piattaforma online. Ci portano la spesa a casa, sostano ore senza alcuna protezione davanti ai supermercati, sono i moderni schiavi. Ma di quel denaro hanno bisogno, e oggi sono diventatati anche più preziosi e per questo, forse, più fragili. Glovo dichiara di avere fornito mascherine e guanti ai rider, oltre alle istruzioni per la sicurezza. Servirà una colletta, per il funerale di Sher.

Il musicista

Il trombettista jazz erede di Miles Davis

Wallace Roney, di anni 59. Trombettista jazz e allievo prediletto di Dizzie Gillespie: tra i suoi sodali è una moria, due giorni fa il pianista Mike Longo, ora Wallace. Fu però Miles Davis il suo vero mentore, il maestro di tecnica e vita. Bambino prodigio (a 6 anni già suonava) e musicista dallo stile personalissimo, celebre per il fraseggio brillante sulle progressioni in cui usava anche accordi fuori tonalità, Wallace ha suonato con i più grandi jazzisti del mondo, compresi Chick Corea e Ornette Coleman. Nel ’94 vinse un Grammy. Lo divertivano anche funky e fusion, perché tutto lo divertiva.

Il procuratore

In lutto il calcio francese perde un suo talent scout

Pape Diouf, di anni 68. Lo chiamavano Mababa come suo nonno. E quante cose era stato, quante ne aveva fatte per primo dal Senegal fino a Marsiglia: giornalista, agente di calciatori, presidente dell’OM, scopritore di talenti. Primo dirigente nero nel grande calcio francese, i contratti li firmava con una stretta di mano. Era di sinistra, una specie di umanista in un mondo di ghepardi. Amava leggere e ascoltare, imparare e poi fare. In tanti gli devono molto, calciatori poi famosi e mai soli. Negli ultimi anni aveva aperto una scuola di giornalismo come un Pape, un papa, un papà.

L’operatore turistico

Ricoverato poi dimesso Ma Lucjan muore a 28 anni

Lucjan Elezi, di anni 28. Albanese, viveva a San Giovanni di Fassa, in Trentino. Ricoverato all’ospedale di Rovereto e poi dimesso il 22 marzo. Sottoposto a un primo tampone, negativo, era in attesa del secondo che ne dichiarasse l’avvenuta guarigione: questo doveva accadere martedì. Lucjan, che lavorava nel comparto turistico, era in isolamento fiduciario precauzionale a casa. Dov’è morto per un’embolia polmonare.

L’ex sindaco

Le molte vite salvate nel soccorso alpino

Silvio Andreola, di anni 72. Era stato sindaco di Valfurva (Sondrio), in Valtellina. Nella vita aveva fatto il capostazione e la guida alpina: fu tra i fondatori della sezione del CAI di Valfurva. Proprio questo gli dava maggior orgoglio, l’avere organizzato quel servizio di soccorso alpino che molte vite aveva salvato. Soccorrere, salvare. Ci sono infiniti più veri, oggi, Silvio?

Il portuale

Quell’ultimo messaggio “Magari non avessi paura”

Marco Mennini, di anni 57. Era stato tipografo, poi portuale a Piombino. Era anche cardiopatico. Ha trascorso una decina di giorni a casa con la febbre alta: per il tampone ha dovuto insistere. E dall’ospedale ha scritto il diario, commovente e terribile, della sua malattia. «Tutto all’improvviso diventa del colore blu ghiaccio, e accade proprio a te». Gli amici lo hanno incoraggiato, in particolare Alessandro che gli scriveva «respira, non mollare, forza fratello». Invece Marco ha dovuto lasciare la moglie Flavia e due figli. Da ragazzo era un portiere di calcio, era forte, poi tre menischi gli hanno rubato il sogno. Tifava Juve. «Avrei voluto scrivere #nonhopaura»: il suo ultimo post, prima di dire addio.

L’attore

Era il maggiore Ematt nella saga di Star Wars

Andrew Jack, di anni 76. Gli appassionati della saga di Star Wars lo ricorderanno nel ruolo del maggiore Calman Ematt, capelli lunghi e bianchi sulla galassia più lontana: un membro della Resistenza. Attore britannico, Andrew è morto al St. Peter’s Hospital di Chertsey, nel Surrey, mentre la moglie Gabrielle sposata un anno fa si trovava in quarantena in Australia. Andrew era anche un maestro di dizione per molte star di Hollywood tra cui Pierce Brosnan, Bill Murray, Cate Blanchett e Viggo Mortensen: curò, tra l’altro, anche la supervisione dei dialoghi nei vari dialetti del Signore degli anelli.Era un maestro schivo e viveva in una delle più antiche case galleggianti sul Tamigi.

Il militare

Addio al soldato Harold che si salvò in Normandia

Harold Pearsall, di anni 97. Quanta vita, soldato Harold. Salvate il soldato Harold. E lui c’era riuscito, a salvarsi, quel giorno in cui piovevano bombe al fosforo e granate dal cielo di Normandia. Lo sbarco, e poi quasi tutto il tempo infinito a raccontarlo, chi la scampa ha questo dovere, questo destino. Harold è morto all’ospedale di Birmingham, aveva il bacino fratturato, infine il virus. Nel giorno più lungo, 6 giugno 1944, era arrivato a Caen dallo Staffordshire ed era andato anche lui all’assalto, cioè al macello, ma l’aveva sfangata. In Normandia è tornato fino all’anno scorso. A giugno partecipò alla commemorazione al National Memorial Arboretum di Alrewas, dove incontrò il principe William che lo definì “un tipo molto simpatico”.

Non solo gli anziani, l’epidemia inizia a colpire anche i ragazzini. La 12enne belga è la più giovane vittima d’Europa, prima di lei Vitor e Julie. Tra le vittime medici, ma anche, musicisti e sportivi

Il ciclista

A guida della Federazione negli anni bui del doping

Giancarlo Ceruti, di anni 67. È stato il presidente della Federazione Ciclistica Italiana dal ’97 al 2005, vivendo la gloria e la fine di Pantani, la medaglia d’oro di Bettini ad Atene 2004 e i tormenti dell’epoca più malata di doping di tutti i tempi. Quando decise di smettere con le bici, Giancarlo lasciò il ciclismo davvero, forse per stanchezza. Studiò tanto e prese, da pensionato, tre lauree: filosofia, scienze politiche e scienze antropologiche. Prima era stato per vent’anni sindacalista della Fiom a Cremona, pure quella una bagarre mica da ridere, come l’ultimo chilometro di una grande classica. Provò in tutti i modi a capire il mistero umano di Marco Pantani, lo incontrò per giorni, gli parlò a lungo e infine si arrese. C’è un dolore senza soluzione, una terra da dove non si torna.

Il chirurgo

Separò i gemelli siamesi che erano uniti dalla testa

James Goodrich, di anni 70. Era un grande chirurgo, noto in tutto il mondo. La sua specializzazione, i gemelli siamesi. Operava al Montefiore Medical Center di New York con una formidabile équipe. Quattro anni fa separò i gemellini Anias e Jadon McDonald, di appena tredici mesi, con un intervento durato ventisette ore: la sua squadra chirurgica era composta da quaranta medici. Nel 2004 fece scalpore l’intervento sui fratelli Carl e Clarence Aguirre, che erano uniti a livello della testa e condividevano otto centimetri di tessuto cerebrale. L’intervento riuscì alla perfezione. «Non si deve scegliere una vita, ma la vita» rispondeva, di fronte a quel dubbio atroce. Chi e cosa sacrificare, se necessario?

Lo sportivo

Stefano, l’uomo volante che sfidò il cielo

Stefano Bricoli, di anni 74. I gemelli volanti, a Parma chi non li ricorda? Erminio detto Mino e poi Stefano. Sempre insieme. Prima sulle moto da trial, poi col motocross e lo speedway sulla sabbia e infine lassù tra le nuvole, quando il deltaplano lo conoscevano in pochi e quasi tutti matti. Mino, quattro volte campione d’Italia e Stefano tre. Si gettavano a capofitto dall’Appennino attorno a Calestano, uno più bravo e spericolato dell’altro. Come da bimbi, quando scendevano giù dalla discesa della Ghiaia verso il mercato, sopra il carrettino con la cassetta di legno costruito da zio Giusto che li aveva cresciuti a quel modo asimmetrico e gioioso, sempre uno scherzo e una sfida in più. Fino all’ultimo volo di Mino, nell’agosto del 2009 a Torrechiara. Quel giorno, Stefano decise che non avrebbe volato mai più nemmeno lui, altrimenti cosa si è gemelli a fare? Anche nello sport, Stefano preferì chiudersi in sé stesso e cercare una strada silenziosa. Invece del cielo, il panno del biliardo. Fu il suo modo di essere solo. Quando una biglia corre sul tavolo sembra volare nel vento. Le ali, quelle sono dove le vuoi.

La bambina

Il dramma a Gand per la piccola vittima

Una ragazzina belga, di anni 12. Le autorità sanitarie del Belgio non hanno comunicato le generalità della più giovane vittima di coronavirus d’Europa, scomparsa ieri. La piccola si è aggravata nel giro di appena tre giorni e non sono riusciti a salvarla. «Siamo sconvolti perché si tratta di una paziente così giovane, e perché siamo di fronte a un evento molto raro», ha detto a Bruxelles il virologo Emmanuel André. Ma il Belgio, insieme all’Olanda e al Regno Unito, è la nazione che si è mossa con più ritardo in Europa di fronte all’emergenza. La povera ragazzina scompare dopo la sedicenne francese Julie Alliot e il quattordicenne portoghese Vitor Godinho. Il Covid-19: quello che colpiva solo gli anziani deboli.

Il sacerdote

Addio a don Giovanni parroco della diocesi sarda

Giovanni Melis, di anni 72. Il secondo sacerdote a morire di coronavirus nella diocesi sarda di Nuoro e Ogliastra, il primo lavorava con lui e si chiamava Pietro Muggianu. Si dividevano la cura delle anime e mille più pratiche faccende nelle parrocchie di San Paolo e San Francesco, anche se decisamente non erano più due ragazzini. Ma questi sono i tempi: poche e sempre più rare vocazioni, pochi e sempre più anziani sacerdoti. Non hanno più “vice”, perpetua, cooperatori, spesso non hanno nemmeno più i soldi. L’Italia è piena di missioni sperdute, di missionari invisibili.

Il leader

L’ex presidente del Congo e quei suoi accordi storici

Jacques Joaquim Yhombi Opango, di anni 81. Era l’ex presidente del Congo ed è morto a Parigi. Prese il potere nell’aprile del 1977, un mese dopo il misterioso assassinio del presidente Marien Ngouabi, e lo mantenne fino al febbraio del 1979. Fu anche premier dal ’93 al ’96, prima di entrare in conflitto con l’attuale presidente Nguesso che lo costrinse all’esilio in Costa d’Avorio. Durante la sua presidenza strinse storici accordi con Giscard D’Estaing sullo sfruttamento del cloruro di potassio. E in Francia è morto, portando con sé tutte le sue ombre.

Il comico

Il Giappone perde il suo Robin Williams

Ken Shimura, di anni 70. Lo chiamavano “il Robin Williams giapponese” per la sua grande simpatia e la formidabile mimica facciale. Era un comico notissimo in Giappone

La conduttrice

Maria, il volto della Cbs Popolari le sue dirette tv

Maria Mercader, di anni 54. Era un volto storico della Cbs, una conduttrice popolarissima. Di lei si ricordano le dirette per la morte di Lady D e per le Torri Gemelle. Aveva, dicono gli americani, grinta e grazia. Da anni combatteva con il cancro e rappresentava una speranza per molti. Il virus ha approfittato della debolezza di una donna fortissima.

Il medico

Le lacrime dei pazienti per il fisiatra stimato

Mario Salerno, di anni 67. Dirigeva un centro di fisioterapia a Sannicandro di Bari, dov’era un fisiatra stimato. Quando ha saputo che il dottor Mario non c’era più, un suo paziente ha pianto senza poter smettere. Perché questo a volte accade tra medico e paziente, una corrente profonda e sotterranea, non solo l’affidarsi nella speranza della cura e della guarigione, ma il condividere un pezzo di strada insieme. Sono i momenti della fatica, dell’incertezza e dello scoraggiamento, è lì che il medico di valore interviene, non è solo meccanica o tecnica ma vero umanesimo. Il fisiatra ripara i viventi, li rimette in piedi, dà le gambe a chi non le aveva più. È come costruire grattacieli un millimetro per volta.

La dottoressa

Da Messina al Trentino il medico in trincea

Gaetana Trimarchi, di anni 57. Una vita spesa a fare il medico generico, che brutto aggettivo per una delle professioni più specifiche in assoluto. Gaetana, per di più, era guardia medica, la trincea più profonda già in tempi normali, quando la gente sta male il sabato e la domenica e non sa dove sbattere la testa, figurarsi ora. Gaetana era messinese ma lavorava da tempo in Trentino, nel territorio della Val di Fassa: è il medico morto numero 64 in Italia, una cifra spaventosa, inaccettabile. Proprio da questo numero, destinato purtroppo a crescere, si dovrà ripartire per comprendere cosa sia successo nel primo periodo dell’ecatombe, con i medici mandati alla guerra senz’armi.

Il pianista

Mike, il talento del jazz che duettava con Dizzie

Mike Longo, di anni 83. Era un pianista jazz, ma di quelli grandi. È morto a New York. Ha suonato per anni accanto a Dizzie Gillespie, del quale a un certo punto diventò direttore musicale: perché Mike non era solo un formidabile maestro dello swing più sinuoso, era anche un teorico, un organizzatore. Dizzie aveva bisogno della sua misura, di quella cura artistica che non scorre solo nel sangue della misteriosa improvvisazione. Mike fece parte di numerose band, come il celebre quartetto di James Moody. Fatevi un giro su YouTube per ricordarlo, ascoltate Talk with the spirits : sembra uno scherzo, adesso. Ma soprattutto fermatevi su Ding a Ling: la tromba di Dizzie, la tastiera di Mike e tutto il resto attorno, un mondo perfetto che sta lì e ascolta.

La vittima più giovane a Lisbona e il medico di 28 anni in Spagna, la star della musica country, il vigile, l’oste, lo storico e il rugbista. Dietro le statistiche, i nomi e le storie delle persone che non ci sono più

Il 14enne

Vitor, il mito di Ronaldo e il futuro spezzato

Vitor Godinho, di anni 14. Lui è il più piccolo di tutti, il più giovane a morire in Europa. Giocava a pallone, adorava Cristiano Ronaldo che è l’orgoglio di tutti i portoghesi e aveva una malattia che si chiama psoriasi, ce l’aveva dalla nascita. La psoriasi indebolisce le difese immunitarie ed è per questo, dicono i dottori, che Vitor è stato aggredito senza speranza dal male. Il contagio l’ha portato a morire in pochi giorni all’ospedale Santa Maria da Feira, Lisbona, ma lui viveva a Ovar, nel distretto di Aveiro. Sono soltanto nomi di luoghi, e anche di Vitor ci rimane solo il nome. I suoi sogni, quelli li dobbiamo immaginare. Nessuno sarà realizzato e questo è atroce. Oltre al nome, resta una fotografia in cui Vitor ha la medaglia al collo, l’asciugamano sulle spalle, una specie di targa in mano e sorride. Aveva vinto.

Il medico

Il martire del dovere. A tutti diceva: non uscite

Ahmed El-Lawah, di anni 50. Il Covid-19 è arrivato anche in Africa, e il dottor Ahmed è la prima vittima egiziana. Dirigeva il dipartimento di analisi cliniche dell’Università di Al Azhar, dunque il virus l’avrà visto prima di altri, l’ha seguito nell’avvicinarsi al suo paese, poi al suo corpo. I colleghi del sindacato dei medici egiziani, l’Ems, lo definiscono “un martire del dovere”. Lo sappiamo bene come funziona, e quanti medici e operatori sanitari stanno cadendo nella voragine di quel dovere. Ahmed era in isolamento volontario da una decina di giorni dopo essere stato in contatto con un paziente positivo. «Non uscite di casa per nessun motivo», ha ripetuto su Facebook fino all’ultimo giorno.

Il fotografo

Il racconto del suo paese in scatti pieni d’umanità

Gino Galizzi, di anni 60. Lavorava alle Poste e fotografava per passione. Ma c’è un momento, nella vita degli uomini più fortunati, in cui la passione e il mestiere diventano la stessa cosa. E allora Gino aveva salutato l’ufficio postale e aveva creato un portale web dedicato alla Val Brembana. Lì dentro metteva un’intera comunità con i riti, i luoghi, i riferimenti e i servizi più utili. Ci sono le fotografie del Carnevale, quelle con “i profumi del borgo” oppure gli animali: come la storia dello stambecco che sui monti Orobici si era quasi estinto, poi però lo avevano salvato con una complessa operazione di ripopolamento. Di tutto questo, la macchina fotografica e il mouse di Gino davano conto, e lì c’era un sacco di umanità. È morto all’ospedale Papa Giovanni XIII di Bergamo, eppure le sue fotografie sono così vive e in questo modo ce lo consegnano. Ne siano orgogliose la moglie Isolina, il figlio Yuri, il fratello Diego, le sorelle Antonella e Fausta e soprattutto la mamma Giuseppina: il suo Gino era proprio forte. Adesso ride in una foto, uscendo da un buco nella montagna. Niente può fermare un fotografo curioso.

Il vigile

In sella alla motocicletta presidiava Altamura

Felice Lomunno, di anni 64. Era il sovrintendente capo della Polizia locale di Altamura (Bari), dove lo ricordano come uno dei primi vigili in motocicletta della cittadina pugliese. Era un omone e non aveva nessuna patologia: questa frase la stiamo ascoltando sempre di più, a dimostrazione che il virus non uccide solo i deboli e gli anziani ma colpisce tutti. Nove colleghi di Felice sono stati contagiati, compreso il comandante, e addirittura 42 sono stati messi in isolamento. Anche questo significa spendersi, e rischiare, per chi sulla strada lavora per la comunità. Felice lo faceva da una vita. Anche la sindaca Rosa Melodia se lo ricorda: «Ero una bambina, e lui sfrecciava sulla sua Moto Guzzi»

L’agente

Una vita nel commercio e la guida della categoria

Vito Beneventi, di anni 54. Ha lottato per settimane all’ospedale di Vercelli, una vicenda simile a quella di tante famiglie che non possono assistere i loro cari in questa malattia, solo una telefonata dall’ospedale per gli aggiornamenti e il terrore che arrivi la comunicazione definitiva. Poi, niente funerali, solo l’attesa di un’urna. Vito era di Tortona e faceva l’agente di commercio, ed era anche presidente Usarci di Alessandria. Lavorava nel settore alimentare. Uno degli anelli di quella catena umana che ci permette di fare la spesa, nutrirci, aspettare.

Il cuoco

Prima il fratello, ora lui. Parma perde il suo oste

Francesco Bigliardi, di anni 72. Qualche giorno fa se n’era andato suo fratello Claudio, che a Parma era un politico molto conosciuto. Ma anche Francesco lo era: tanta gente lo ha incontrato nella trattoria Masticabrodo, all’ombra del Castello di Torrechiara, sembrano quasi i nomi di una favola. Prima, Francesco era stato lo chef della Trattoria del Tribunale, proprio nel cuore di Parma. Il suo cavallo di battaglia: gli involtini alle melanzane con asparagi e formaggio. Quanta sapienza stiamo perdendo in questo inferno quotidiano, quanto gusto di vivere.

Il musicista

Il cantante country che vinse il Grammy

Joe Diffie, di anni 61. La musica country, chi la ascolta più? Ma Joe di quel genere è stato un drago. Nato a Tulsa nell’Oklahoma, tra terre rosse e giganteschi spazi di fuga con un vago retrogusto di Steinbeck, è diventato famoso in tutti gli States per le sue ballate folk: 13 album e 38 singoli, milioni di copie vendute e un Grammy (per “Same Old Train”) lo testimoniano. Venerdì ha scritto ai fans di essere malato e se n’è andato in poche ore.

La dottoressa

Sara, morta a 28 anni era un medico con l’asma

Sara Bravo, di anni 28. Era una giovane dottoressa spagnola scrupolosa, faceva il medico di famiglia nel dipartimento di salute di Castilla-La Mancha, dove copriva il turno pomeridiano. Anche un suo collega è morto, come lei, nel giro di ventiquattro ore. Ma Sara purtroppo era asmatica. Non per questo ha smesso di curare, forse senza prendersi troppa cura di sé.

Lo storico

Quella Legion d’Onore all’esperto di Medioevo

Francis Rapp, di anni 92. Il professore era uno dei massimi esperti mondiali di storia del Medioevo, quel tempo che ci ostiniamo a definire oscuro e che al contrario tanta luce continua a irradiare verso di noi. È morto ad Angers dopo una lunghissima vita di studi e lezioni nelle Università di Nancy, Strasburgo e Neuchatel, con frequenti inviti da parte dei più prestigiosi atenei americani. La sua Storia del cristianesimo e della riforma protestante gli è valsa numerosi riconoscimenti, tra i quali la Legion d’Onore. Federico Barbarossa non aveva segreti per il professor Francis, così come la vita nei castelli e nelle abbazie medievali. Avrà certamente studiato, di quel tempo, anche terrori, morte ed epidemie

Il volontario

Eugenio, schivo e stimato pilastro delle coop sociali

Eugenio De Crescenzo, di anni 63. «Occupatevi di lui, che non ha niente» diceva a medici e infermieri dell’Umberto I di Roma. Lui, era il suo compagno di stanza arrivato da una casa di cura senza nemmeno un pigiama, senza l’asciugamani, solo al mondo. Eugenio era il vice presidente dell’Associazione Generale delle Cooperative, personaggio assai noto nel mondo del terzo settore del Lazio. Stimato, schivo, alieno da qualunque forma di retorica: gli amici ora lo raccontano così. Aveva lavorato a lungo nelle periferie, quella smisurata terra che impropriamente viene definita “di nessuno”. Invece è di chi ci vive, è di quelli come Eugenio. Le vite degli altri che danno senso alla nostra.

Lo sportivo

Sempre nella mischia nel rugby e nella vita

Paolo Paoletti, di anni 67. Il tallonatore è il giocatore che nel rugby sta nella prima linea di mischia, più cazzotti che palloni. E Paolo è stato tallonatore per tutta la vita. Giocò nel Cus Genova, a Brescia e Frascati. Lo ricordano perché, per scaldarsi, sfondava a testate le porte degli spogliatoi. Andò sotto processo con l’accusa di avere staccato il lobo dell’orecchio a un avversario, a Reggio Calabria. Fece anche l’attore di teatro, interpretando la parte di Keith Murdoch, vecchio rugbista degli All Blacks accusato di una rissa e fuggito per 30 anni nell’outback australiano. Del resto, Paolo era un po’ il Murdoch italiano. Aveva una forza disumana, coltivata insieme alla terra che zappava da ragazzo. E tutto il resto è mischia, dolore, combattimento, fragilità e solitudine.

L’oste e il pugile, il detenuto e l’ex ministro, il medico e il dj. Distanti nel tempo e nel luogo, ma con un destino comune. Per ognuno un ricordo, uno sguardo sul passato

Il musicista

Eclettico e impegnato per la comunità africana

Sekou Diabatè, di anni 68. Lui era tante cose. Un musicista, un disc jockey, un mediatore culturale, un divulgatore. Persone così sono cerniere tra mondi, nel suo caso tra la comunità africana di Roma e il resto della città. Non si dimenticano le sue trasmissioni a Radio Città Futura, e lui la sua città la immaginava proprio così: futura, e al futuro aperta. Ivoriano, personaggio multiforme, narrano che nella vita avesse fatto anche il domatore di orsi bianchi in un circo. Era instancabile nelle scuole anche dopo la recente diagnosi di mieloma, e il Covid-19 purtroppo ha fatto il resto. Sekou si occupava anche dei diritti dei richiedenti asilo. Per andare a salutarlo al cimitero di Prima Porta, quattro amici africani sono stati fermati e multati. Ci sarà una colletta per aiutarli a pagare.

Il sindacalista

L’impegno a testa bassa anche controcorrente

Pippo Carrubba, di anni 82. Era un siciliano “genovese”, e proprio Genova è stata la città della sua vita sindacale. Negli anni della lotta dura del movimento operaio cittadino, Pippo era un punto di riferimento per tanti. Ed era un “sindacalista giallo” dunque, non di rado, fuori dal flusso. E in direzione ostinata e contraria ci sapeva andare, a testa bassa se era il caso, come nei giorni in cui le Brigate Rosse uccisero Guido Rossa: era il 24 gennaio 1979. In quelle ore tremende, Pippo non ebbe mai il dubbio su quale fosse la parte giusta. Invecchiando non è mai venuta meno la passione: studiava, scriveva, combatteva. E una volta all’anno faceva felici i bambini vestendosi da Babbo Natale. Ma era lui, il dono.

Il boxeur

Lo chiamavano Alì. Bergamo non dimentica

Angelo Rottoli, di anni 61. «Mi manca la mia corda, mi manca il mio sudore» aveva detto a gennaio a una televisione di Bergamo che non si era dimenticata di lui. Angelo, il grande boxeur. Era fermo a bordo ring, i capelli lunghi come un tempo, «ma trenta chili e trent’anni di più». Lo chiamavano Alì, come Clay, anche se era un po’ piccolo per essere un peso massimo. Ma aveva la castagna. Cinque volte campione d’Italia, una volta campione d’Europa. Con i guantoni aveva cominciato quasi per scherzo, nella palestra dell’Egidio Bugada, poi però mandava tutti al tappeto e valeva la pena continuare. Lo incoraggiava la sua mamma: Angelo le ha dedicato tutte le vittorie, e il virus se l’è presa due settimane fa insieme all’altro figlio. Angelo aveva la pancia grossa ma i ricordi di più. Tra tutti, quella notte al Palazzetto dello sport di Bergamo, quando combattè per il titolo mondiale contro il portoricano Carlos De Leon. Era il 22 febbraio 1987. Mai nella vita Angelo si era ferito durante un match: gli accadde nella notte più importante di tutte. Si perde per un niente. «Che volete, è capitato», diceva.

Il detenuto

Il primo negli Stati Uniti a morire in un carcere

Patrick Jones, di anni 49. Si trovava nel carcere federale di Oakdale, in Louisiana, dove stava scontando una pena per traffico di stupefacenti. È il primo detenuto ad essere morto di coronavirus negli Stati Uniti. Aveva cominciato ad avere la febbre una decina di giorni fa, ed è stato trasferito nell’ospedale di Oakdale dove le sue condizioni si sono aggravate venerdì, per poi precipitare nella giornata di sabato. Non era in isolamento, e ora gli altri detenuti temono di essere stati contagiati: è la paura di quasi tutti i carcerati del mondo, il motivo di qualche rivolta e di troppe risposte non date. Ma loro non sono un’umanità minore. La morte di Patrick ora può diventare negli Usa una grossa grana sociale.

L’addetto al callcenter

La festa in Spagna fatale al giovane romano

Emanuele Renzi, di anni 34. Era uno dei responsabili di un call center romano e viveva a Cave, una cinquantina di chilometri dalla capitale. Dal 6 all’8 marzo si era recato a Barcellona per partecipare all’addio al celibato di un amico, e quasi certamente si è ammalato lì. Era sano, giovane, in apparenza inattaccabile. È morto qualche giorno fa, ma ora sono noti gli esiti dell’autopsia che ha escluso patologie pregresse. I dottori che l’hanno avuto in cura dicono che, in letteratura medica, si tratta di “morte inattesa”. Qualcuno un giorno lo spiegherà al bambino di Emanuele, che ha quattro anni.

Il neurologo

Il discreto compagno dell’ex sindaco di Berlino

Joern Kubicki, di anni 54. Faceva il neurologo. Da trent’anni era il compagno dell’ex sindaco di Berlino, Klaus Wowereit, che aveva governato la città dal 2001 al 2014. Joern non lo si vedeva mai, non era lui la notizia. Ma lo era diventato quando Klaus aveva fatto outing e attenzione, prima delle elezioni per il Comune di Berlino, non dopo. «Sono gay e va bene così», aveva detto il futuro sindaco. Non perse il seggio e l’occasione per questo. Joern, al suo fianco, ha sempre svolto l’attività medica con discrezione e così è morto, da dottore in trincea, come troppi in questa tempesta.

Il barista

Un mestiere di famiglia con la passione del papà

Federico Castellin, di anni 34. Gestiva il vecchio Bar Zen a Cinisello Balsamo, e per riuscirci si era fatto le ossa al bar tabaccheria del padre, laggiù al rione Borgomisto. Poi si era sentito pronto, e aveva ridato vita e forma al locale di piazza Gramsci: dove adesso lo ricordano come il ragazzo che sorrideva. Federico aveva un bimbo di un anno, uno dei tanti orfani dell’ecatombe. E forse era sicuro di farcela, questo non deveva essere il virus dei giovani. Invece è il virus di tutti.

Il consigliere comunale

L’ingegnere a difesa della valle paradiso

Costantino Soudaz, di anni 69. Ingegnere elettronico, ex insegnante, già assessore ai lavori pubblici a Pont Saint Martin (Aosta) e consigliere comunale a Pontiboset, 179 abitanti nella valle di Champorcher, un piccolo paradiso. In ospedale da giovedì. «Non ho febbre, cura per respirazione. Moralmente sto molto bene» è il suo ultimo messaggio su Facebook.

Il politico

Il suo ultimo tweet per dire grazie ai medici

Patrick Devedjian, di anni 75. Era un ex ministro di Sarkozy, che nel 2008 all’alba della crisi economica mondiale gli affidò l’incarico forse più difficile: reggere il dicastero per l’emergenza finanziaria, creato proprio in quella circostanza. Patrick riuscì a tenere la barra dritta e chissà cosa pensava di quest’altro tornado, ben più grave di quello della sua epoca. Nonostante l’età, non aveva abbandonato la politica o forse era la politica a non avere abbandonato lui, ancora in carica come presidente del consiglio del Dipartimento Hauts-de-Seine. Di lui resta un tweet: «Ringrazio i medici per l’aiuto a tutti i malati». Dicono che nelle ultime ore sembrasse migliorato, e che non si aspettasse di morire.

L’attivista

Il dovere della memoria del figlio del partigiano

Paolo Costa, di anni 70. Era figlio del partigiano Moreno e fosse un dovere. Forse perché viveva vicino a Sant’Anna di Stazzema, dove i nazisti furono autori di una delle più orribili stragi del Novecento, il 12 agosto 1944: morirono in centinaia, sessantacinque erano bambini di meno di dieci anni di età, la più piccola aveva appena venti giorni e si chiamava Anna Pardini. Paolo era da sempre attivista dell’Anpi, andava nelle scuole per continuare il lavoro del padre sulla memoria collettiva, accompagnava i ragazzi a Mauthausen. Molta parte del suo tempo la spendeva al Parco Nazionale della Pace, a Sant’Anna. Perché se guerra è sempre, la pace dev’esserlo di più.

Il ristoratore

Nella sua trattoria non inseguiva le mode

Gianni Bolzoni, di anni 80. Era un oste di quelli di una volta. A Trescore Cremasco, nel cuore della Bassa, dal 1923 c’è un tempio che si chiama Trattoria del Fulmine: un nome, bisogna dirlo, bellissimo. L’aveva aperta il papà di Gianni che si chiamava Angelo. Di padre in figlio, nulla in fondo era cambiato. Senza minimamente curarsi delle mode, dell’aria fritta (meglio le rane) che a un certo punto s’è abbattuta sul cibo e sul vino, Gianni badava alla sostanza. La materia, ovviamente prima, è la vera forma: di parmigiano, se possibile. Memorabili i salumi che portava in tavola sotto i fulmini del suo cielo, insieme alla moglie Clemy. Ha fatto felici molti commensali e gli sia più che mai lieve la terra, come avrebbe detto il suo amico Gianni Mura, un altro Gianni, il caro Gianni per sempre con noi.

Non è vero che è un inferno solo per vecchi. Il virus non trascura neanche i giovani. E colpisce senza fare distinzioni in ogni ceto e mestiere: sacerdoti, letterati, manager e artigiani. Frammenti di vite spezzate

Il parroco

L’impegno nel paese di Bocca di Rosa

Glauco Salesi, di anni 84. Perché poi il paesino di Sant’Ilario esiste veramente, non è solo nella canzone. Là sotto c’è il mare e a ogni svolta di collina, ad ogni arbusto strapazzato dal vento ti aspetti lei, Bocca di Rosa con la sua processione innamorata. “Persino il parroco/che non disprezza/tra un miserere e un’estrema unzione/il bene effimero della bellezza/la vuole accanto in processione”. Don Enzo è stato il parroco di Sant’Ilario e un giorno sposò non Bocca di Rosa ma Beppe Grillo, quando ancora ci dava allegria, lo sposò con Parvin. Don Enzo era un prete della gente, faceva il doposcuola agli immigrati, per tanti anni ha insegnato religione ai ragazzi. Laudate Dominum, ma non di meno l’uomo: era questa la sua buona novella. Quanto sarebbe piaciuto a Faber.

Il massaggiatore

Oscar, che curava i muscoli dei campioni

Oscar Ghidini, di anni 84. Il masseur è un custode di segreti. C’è quel momento, con l’atleta sul lettino, in cui insieme ai muscoli si rilassa l’anima, liberandosi di pesi e ombre. Il massaggiatore tace e ascolta. Oscar aveva cominciato a farlo con Giacomo Agostini e Nino Benvenuti, campioni di un tempo sportivo remoto, forse fatato, le fate però esistono solo nel ricordo, nello spessore che gli concede il tempo. Sotto le mani di Oscar sono passati Lucchinelli e Max Biaggi, i leggendari Abbagnale e Gregorio Paltrinieri, il nostro nuotatore più forte. Tre Olimpiadi nella sua storia, ori e ore di olio canforato e misteri, unguenti e fragilità da redimere. Ogni campione è un bambino, e a tutti i bambini serve un padre.

Il fabbro

I due figli e il padre: una famiglia cancellata

Alfredo Bertucci, di anni 86. L’orrore di questi giorni si è preso prima il suo figliolo più piccolo, Claudio, poi quell’altro, Daniele. Claudio aveva 46 anni, Daniele 54. Claudio aveva preso il mestiere da papà come si prende una vocazione o una sberla, e quel mestiere era il fabbro ferraio. Invece Daniele lavorava in una fabbrica di orologi. La città, Voghera. Claudio è stato il primo ad ammalarsi, la febbre, un po’ di tosse, il respiro che s’inciampa, il ricovero, la fine. A Daniele non l’avevano mica detto, e dopo un paio di giorni se n’è andato pure lui che sembrava quasi stare meglio. Questa è una malattia bastarda, prima illude e poi ti finisce. Era rimasto il padre, il più vecchio, la quercia. Ma anche i suoi ragazzi erano alberi alti e forti, parevano indistruttibili: nelle mani custodivano la forza e il segreto dell’artigiano. Il fabbro è ferro e fuoco, è il maglio che colpisce per un’idea di eleganza, riccioli e fiori nel ferro battuto. La fornace e la bellezza. Non ci sono più cavalli da ferrare, ma i cancelli, i portoni, le ringhiere. All’ospedale ancora lotta la moglie di Alfredo, una mamma che ha perduto due ragazzi. Povera donna se muore e se vive.

I coniugi

Prima lei, poco dopo lui Andarsene insieme

Osvaldo Magnavacchi, di anni 89. È morto tra le braccia dei soccorritori che erano andati a prenderlo a casa. Nell’altra stanza era già morta da due giorni la sua sposa, Maria Pia Bergamaschi che di anni ne aveva 82. Se ne sono andati da soli, insieme. Vivevano a Casa Morelli, frazione di Carpineti, provincia di Reggio Emilia. Lui si era ammalato per primo e lo avevano invitato ad andare all’ambulatorio di Castelnuovo Monti: ma come può farlo, un vecchio? Quanti ne stiamo abbandonando in questa spaventosa deriva di fragilità? Osvaldo lo immaginiamo vicino a Maria Pia, le tiene la mano, poi lei muore. Un’agonia di solitudine. Chissà se avranno chiesto a qualche cielo di partire insieme.

L’uoo di Dio

Un pezzo di canonica ai precari senza tetto

Paolo Camminati, di anni 53. Era un prete, un uomo di Dio e degli uomini come dovrebbero essere tutti. A Piacenza, dove viveva, il lavoro può far male. Tante le persone che salgono dal sud per faticare, soprattutto dal sud del mondo, ormai. Don Paolo li ospitava, li incoraggiava, quando poteva li aiutava. La solitudine tremenda dei sacerdoti. Aveva pensato di dare una parte della canonica ai lavoratori precari, perché finiti i denari avessero almeno un tetto sulla testa. «Mi affido al Signore ma ho paura», ha scritto alla sorella prima di rendere l’anima a qualcuno che non vediamo.

L’ex patron

Dolore e mistero Real: la salma non si trova più

Lorenzo Sanz, di anni 76. Si è perso e non si trova più. Suo figlio Lorenzo, Lorenzo come lui, ha lanciato un appello: «Papà è morto a Madrid il 21 marzo, doveva essere cremato a San Isidro e tumulato al cimitero dell’Escorial, dove però non è mai arrivato. Aiutateci a trovarlo». Lorenzo Sanz era una persona importante: il presidente del Real Madrid dal 1995 al 2000, nientemeno. L’uomo che riportò ai blancos la Coppa dei Campioni dopo trentadue anni. Ma questa tempesta non risparmia nessuno, noti e sconosciuti, poveri e ricchi. Tutti perduti, e qualcuno alla lettera.

Il carabiniere

Il comandante pacato che sapeva sorridere

Mario D’Orfeo, di anni 56. Ci sono uomini che sposano un mestiere. Mario, comandante della stazione dei Carabinieri di Villanova d’Asti, era uno di loro. Si arruola nell’83 e comincia a postarsi: Palermo, Fossano, Villanova. Non metti radici, così. Abruzzese, il più piccolo di quattro fratelli: uno di loro è in quarantena e non potrà dirgli addio. Mario lo raccontano come un uomo giusto, pacato e sempre sorridente. Anche la legge può sorridere. Deve.

Il volontario

Salvare vite poi morire da autista di ambulanza

Enzo Lucarelli, di anni 45. A quarantacinque anni appena cominci a vivere, è un oltraggio perdere il futuro così. Enzo guidava l’ambulanza a Pozzuoli: autista volontario. Lo faceva da vent’anni. Quante sirene possono starci, in quello spazio di tempo? E quanti ne hai salvati, Enzo? Da sei giorni aspettava un tampone. La sirena fa a pezzi l’aria come una spada.

Il postino

In scooter fino alla fine per recapitare le lettere

Roberto Pati, di anni 54. Faceva il postino a Monteroni (Lecce) dove lo conoscevano proprio tutti. Era scrupoloso e puntuale: così lo ricordano gli amici e i colleghi. Adesso, quelli che fanno il suo stesso lavoro chiedono più protezione, i postini e i corrieri sono in trincea, anche loro fanno parte di quei servizi essenziali che non si possono davvero interrompere. Una lettera, una bolletta, un pacco ordinato su Internet: provate a farne senza, adesso. Roberto andava avanti e indietro a Monteroni sul suo motorino, non aveva la mascherina, neppure lui era riuscito a trovarla. «Che volete farci, è il nostro mestiere: speriamo non esca il mio numero alla lotteria».

L’ex primario

La Sampdoria, il cane e gli amici da visitare

Dino Pesce, di anni 74. Non uscire, Dino, non sei più un ragazzo, gli ripeteva la moglie Daniela. «Esco sì: non sarò un ragazzo ma sono sempre un dottore». Dino era stato per tanti anni primario a Villa Scassi, a Sampierdarena: il borgo che contiene un pezzo del nome della sua squadra del cuore, la Sampdoria, “i ciclisti”. Dino ne aveva forte passione, e così pure delle partite a golf per via di quelle passeggiate che si fanno sul prato, tutto il resto è una scusa. Tu, e il silenzio. Dino amava anche Paolino, il suo cane, ma il mestiere di più. Andava ancora a visitare gli amici nella casa di riposo, a 74 anni mica sei vecchio se puoi renderti utile. Lo raccontano soprattutto gentile, ed è un bel modo di dire addio.

Il poeta

Sapeva trovare le parole adesso l’aria si zittisce

Mario Benedetti, di anni 64. Quando muore un poeta si zittisce l’aria, si spengono i voli delle api e delle rondini. Si frantuma in gola la voce che non avevamo, perché il poeta è la voce di chi sente le nostre stesse cose ma sa dirle. Mario era un poeta friulano, la terra di Pierluigi Cappello e Amedeo Giacomini, la terra di Novella Aurora Cantarutti. “Difendimi, difendi questa notte bianca”. Il chiarore e il dolore del Friuli, gente che parla poco ma le parole le trova. Mario Benedetti non scriveva dal 2014, aveva avuto un arresto cardiaco, si era ripreso ma non per i suoi versi, basta così. Arriva il giorno che la poesia finisce, eppure non il sentire. Mario è morto a Piadena dove un tempo giocava il duo dei cantastorie. “I nostri visi nelle mani/il vento negli occhi chiusi per pensarlo”.

La cugina del re, il sacerdote innamorato, l’operaio comunale. Ma anche l’urbanista, il cantante e la ragazzina: i volti e le storie (e nessuna è mai minima) delle persone che abbiamo perso per strada

L’architetto

L’americano visionario “catturato” da Wuhan

Michael Sorkin, di anni 71. I suoi occhi vedevano nell’aria linee e forme che ancora non esistevano. Michael disegnava mondi. Era americano, ed era architetto. Aveva lavorato un po’ ovunque, ma negli ultimi anni era quasi sempre rimasto in Cina. Prima aveva insegnato a Yale, ad Harward, alla Columbia. Era un urbanista attento al sociale: gli edifici nelle città, ma prima di tutto l’uomo negli edifici. A suo modo un visionario. Dedicò uno studio urbanistico osservando sé stesso e New York nei venti minuti di passeggiata quotidiana per arrivare al suo studio. Poi la Cina lo aveva catturato, portandolo a progettare una nuova città da 300 mila abitanti e un parco di ricerca ambientale di cui ora resta il masterplan. E, insieme, rimane il nome del luogo delle ultime visioni: Wuhan.

La vittima più giovane

I sedici anni di Julie povera figlia di tutti

Julie Alliot, di anni 16. Resta di lei soltanto il nome di battesimo da pronunciare in un soffio, e come un soffio ricordare. Lei povera figlia e come una figlia fragile, appesa al filo di tutte le paure del mondo. Quando muore una ragazzina di sedici anni siamo tutti il suo papà, la sua mamma, la sua nonna, siamo tutti il suo fratellino piccolo. Julie viveva a Parigi e a Parigi è morta: la più giovane vittima del coronavirus d’Europa. E scende il gelo della nudità di ogni nostra certezza: il morbo che uccide solo gli anziani, i malati cronici, quelli già minati. Il male che condanna i condannati. Ma Julie, allora? Lei era sana, bella, giovane, il suo corpo considerava solo il futuro. Povera figlia di tutti, e di più del nostro destino imperfetto.

L’ex prete

L’amico di don Milani che amava gli ultimi

Ezio Palombo, di anni 89. Lo chiamavano ancora don Ezio, anche se sacerdote non era più. Conobbe don Lorenzo Milani ai tempi del seminario e diventò uno dei suoi più fedeli compagni d’avventura. Insieme al priore di Barbiana accolse tanti ragazzi poveri, orfani e derelitti, cercando per loro un futuro cominciando dall’istruzione e dall’amore. In particolare, nel 1955 si era rivolto a don Milani perché accogliesse un ragazzo ripetutamente fuggito dall’orfanatrofio Magnolfi di Prato: Michele Gesualdi, allora undicenne, poi diventato sindacalista, uomo politico, presidente della Provincia di Firenze e per anni, fino alla morte per Sla nel 2018, presidente della Fondazione don Lorenzo Milani. Non era facile essere amici di don Lorenzo, ma don Ezio ci era riuscito: si capivano senza bisogno di far troppe parole. Poi nella vita di Ezio Palombo accadde qualcosa di speciale: una ventina di anni fa, già settantenne, si innamorò di una donna e per lei lasciò il sacerdozio. I due ebbero anche una figlia. Prima di ammalarsi volle tornare a Barbiana. Dicono che quella volta non abbia detto nulla, solo sguardi.

Il medico

Accanto ai pazienti senza elmo né scudo

Antonio Maghernino, di anni 59. Era il medico responsabile della continuità assistenziale a Torremaggiore, provincia di Foggia. Continuità assistenziale significa che se si interrompe la catena tra il malato e il medico, il malato può morire. Come Antonio tanti, troppi sono caduti e stanno cadendo perché mandati in battaglia senza scudo, senza elmo e senza spada. Dai primi giorni del contagio, Antonio è rimasto a visitare e assistere i pazienti senza la minima protezione, perché semplicemente non ne esistevano. Nessuna mascherina, niente guanti. E nessun dubbio che si dovesse fare. Mettere in gioco la vita per donarla: quando sarà finita, dottori e infermieri dovremo amarli tantissimo.

Il portuale

Il gigante senza paura campione di boccette

Stefano Cravero, di anni 55. Il suo amico Marco, portuale come lui a Livorno, gli domandava: «Stefano, cos’è ’sta tosse secca?» E lui rispondeva: «Tranquillo, sono immune, ho il salmastro addosso. Tu, piuttosto, che sei di Pisa…». Sì, Stefano, ma il coronavirus… «Ho la corona del rosario che mi protegge e tanto basta». Il morbo che abbatte solo le persone fragili, come no. Stefano era un toro di 120 chili, alto uno e novanta. Aveva una figlia di sedici anni e amava le boccette: era stato anche campione italiano. Dicono che s’è ammalato durante una trasferta a Bologna, per un torneo. Forse è morto per passione.

L’interprete lirico

L’aria nei suoi polmoni gli diede fama mondiale

Luigi Roni, di anni 78. Ha trascorso la vita a mettere aria nei polmoni per restituirla in forma di musica. Anche il canto è respiro. Fu un basso di fama mondiale, grande interprete dell’Aida, del Faust, di Manon Lescault. Ha cantato accanto ai maggiori tenori degli ultimi quarant’anni, ha ricevuto applausi insieme a Pavarotti, Placido Domingo, Carreras. Il basso è la voce più greve della lirica, è la nota che tesse il filo, lui stende il tessuto che il tenore ricamerà. Luigi aveva voce di tempesta, in quei polmoni custodiva il temporale. L’aria, lei sembra non finire mai.

Il cardiologo

Insegnare e curare il suo studio mai chiuso

Maurizio Galderisi, di anni 65. Anche lui medico per sempre, ancora giovane però. Responsabile delle emergenze cardiovascolari dell’Azienda ospedaliera universitaria di Napoli. Cardiologo, dirigente e professore universitario all’ateneo Federico II, si occupava anche delle malattie dell’invecchiamento: curare, e di più prendersi cura. Ma era il cuore la sua specialità. Quel battito d’orologio, quel mistero.

Lo pneumologo

Ha visitato fino alla fine Avrà capito per primo

Marcello Ugolini, di anni 70. Ex primario di pneumologia all’ospedale San Salvatore di Pesaro, ma un medico non è mai un ex. Può cessare la carica, mai l’essenza di una scelta. E Marcello ha visitato fino all’ultimo giorno su questa Terra. La sua specialità erano proprio i polmoni, il miracolo dell’ossigeno che dà la vita. Avrà capito subito, allora. Sarà stato il primo a capire.

L’usciere

Il Municipio la sua casa e il Bari calcio nel cuore

Luca Tarquinio Coletta, di anni 44. Faceva l’usciere al Municipio 2 di Bari. Quanta gente vede ogni giorno un usciere? Quanti gli chiedono informazioni? E poi quella parola, uscio, chi la usa più? Ormai si attraversano i portali, mica le porte o i portoni, ma è solo un’illusione ottica. Il mondo va avanti perché persone parlano con persone: voci, corpi, intonazioni, fiato. Uffici, scale, ascensori, il municipio è il cuore di una città. Si vive, e si può anche morire per questo, per troppa aria respirata e spesa. Luca era un ragazzone, lo chiamavano il gigante buono e amava Anna. Subito dopo Anna, amava “la Bari”, squadra di pallone che si deve nominare al femminile, così, come una donna.

La principessa

La principessa Maria Teresa, la “Rossa” che combattè Franco

Maria Teresa di Borbone, di anni 86. Forse le principesse esistono solo nelle favole, dove un giorno sposano principi bellissimi. Il tempo non le incrina, la vecchiaia non le può screpolare. Ma donna Maria Teresa di Borbone Parma era una principessa senza principe, una principessa diversa. Cugina del re di Spagna, eppure in vita sua non regnò neppure un istante su nulla. Amava il popolo, invece, e la libertà. Per questo la chiamavano “la principessa rossa” e mica per il colore dei capelli: era rossa perché avversa al dittatore Franco, che combattè ideologicamente fino a vederne l’addio e fu proprio un bel giorno, quello, meglio dell’arrivo del principe azzurro. E lei visse per sempre felice e contenta.

Il sindaco

Piero, una vita alla guida della sua Valtorta

Piero Busi, di anni 86. Diventò sindaco di Valtorta, Bergamo, quando di anni ne aveva appena ventisette. Per altri cinquantanove è rimasto al suo posto, sempre presente, sempre rieletto, sempre evidentemente stimato. Il sindaco come il farmacista, il parroco, il medico condotto, il messo comunale, la levatrice: figure inscritte nella ruota del tempo che gira sempre uguale, ai margini del mondo è così, tutto va più lento, anche i fastidi e le manchevolezze. Il sindaco Piero voleva dire, in quello spigolo di una terra che adesso sanguina lacrime, anche la Comunità montana della Val Brembana, l’ospedale, l’Usl, lo sci club, la casa di riposo. In tutto c’era la sua mano e il suo respiro. Ci pensava il sindaco: lui c’era. Per questo, ieri è come se fosse crollato il campanile.